Caccia alle balene in Giappone

Erano passati trent’anni da quando la caccia alle balene per fini commerciali era stata interrotta, consentendo ai grandi cetacei di vivere le loro vite indisturbati. Ovviamente si fa per dire, dato che nel corso di quei tre decenni il Giappone aveva continuato ad ucciderne, giustificando le catture come necessarie per la ricerca scientifica. Poi, nel 2019, la notizia che ha fatto infuriare gli animalisti: il Paese si era ritirato dalla IWC, l’organizzazione che si occupa di regolare la caccia alle balene a livello mondiale, e aveva ripreso la mattanza per scopi commerciali.

In Giappone però le abitudini alimentari sono notevolmente cambiate nel corso degli anni e il consumo di carne di balena ha subito una notevole flessione, attestandosi ora sulle 5 mila tonnellate annue, contro le 200 mila tonnellate annue del dopoguerra. Dati come questi, uniti alla brutalità della caccia, stanno scuotendo l’opinione pubblica giapponese, che si interroga se sia davvero necessario continuare a compiere simili massacri.

 

BREVI CENNI STORICI

In Giappone la caccia alla balena iniziò ufficialmente a partire dal dodicesimo secolo, quando cominciarono ad essere impiegati i primi arpioni a mano, sebbene alcuni reperti archeologici suggeriscono che le sue carni fossero consumate abitualmente in tempi antichi. Gli uomini, a bordo di piccole imbarcazioni, sospingevano branchi di piccoli cetacei verso le secche, fino a farli giungere in acque basse dove la cattura era più semplice.

Da allora, le tecniche di caccia furono perfezionate nel corso dei secoli: dapprima con l’ausilio di lance, reti e arpioni, in seguito con l’introduzione della moderna baleniera a vapore, che entrò in funzione sul finire del diciannovesimo secolo. A quel tempo, il prodotto principale delle balene era il grasso, che veniva convertito in un olio usato per le lampade, ma l’intero animale veniva utilizzato, compresi i fanoni, per corsetti, e l’olio fragrante del capodoglio per i profumi. La nuova tecnologia, abbinata alla diminuzione delle balene, portò allo sviluppo della caccia in Antartide, dove la grande concentrazione di balene in alimentazione rese molto lucrosa la caccia su larga scala. Numerose specie di grandi balene arrivarono vicino all’estinzione a causa della caccia, e così si rese necessario regolamentarla per mezzo di un accordo internazionale ratificato da ventidue nazioni nel 1931. Purtroppo però alcune nazioni, tra cui il Giappone, non vi aderirono.

Negli anni successivi si tennero altre convenzioni che apportarono ulteriori limiti a questo tipo di caccia, tra cui quella di Londra del 1938, al fine di evitare uno sfruttamento eccessivo e di scongiurare l’estinzione della balena blu, ma ancora una volta il Giappone non vi aderì. Nel 1982 la IWC (International Whaling Commission) votò una moratoria per la caccia a fini commerciali, mentre nel 1986 la fondazione decretò l’intoccabilità di questa specie in via d’estinzione. Il governo del Sol Levante, però, interruppe la tradizionale caccia alla balena per scopi commerciali solo dal 1982 al 1987, anno in cui la riprese per finalità scientifiche. La caccia a scopo scientifico infatti era l’unico modo per poter proseguire tale attività senza incorrere in sanzioni. Tuttavia, la associazioni ambientaliste denunciarono più volte che dietro gli scopi di ricerca ci fosse in realtà una scelta di altra natura da parte del governo nipponico. Il 30 giugno del 2019 il Giappone uscì formalmente dalla IWC, e da allora ogni anno, continua la caccia al più stupefacente mammifero marino per soli fini commerciali.

 

GIAPPONE, MA NON SOLO

Partiamo dal presupposto che al Giappone la caccia alle balene non conviene per niente. Il mercato della vendita al dettaglio della carne di balena, attualmente il prodotto più remunerativo ottenuto dalla caccia, è in calo dal 1960 e ormai l’industria si tiene in vita solo grazie ai sussidi statali. La motivazione quindi non può essere economica, ma va trovata in una singola parola, che poi è la base della cultura giapponese: l’orgoglio. I giapponesi vedono nella caccia alle balene un fondamento delle proprie tradizioni, essendo presente già dall’epoca feudale, e quindi rifiutano in maniera testarda tutto ciò che conduce ad una presunta occidentalizzazione del paese.

Ma il paese asiatico non è l’unico a portare avanti questa contestatissima attività. Insieme al Giappone c’è anche la Norvegia, il cui governo continua imperterrito a foraggiare l’industria della carne di balena e promuoverne il consumo nelle mense scolastiche, nonostante anche qui il gradimento da parte della popolazione sia in calo. In Islanda, invece, sembra che si stia andando verso una sospensione definitiva della caccia.

 

L’IMPORTANZA DELLE BALENE

Recenti studi sulle balene mostrano come questi cetacei abbiano una forte influenza sulla funzionalità degli oceani, in particolare nello stoccaggio del carbonio a livello globale, favorendo il ricircolo degli elementi nutritivi e migliorando la disponibilità di risorse ittiche per la pesca commerciale. La tutela delle grandi balene, può contribuire ad aiutare gli ecosistemi marini stressati da sollecitazioni destabilizzanti, tra cui il cambiamento climatico, l’acidificazione e l’inquinamento. Al momento della morte le carcasse di balena, che contengono una notevole quantità di carbonio, si inabissano divenendo habitat e risorsa per un incredibile varietà di creature marine. Centinaia di specie dipendono dalle balene decedute, ed il calo del numero di queste creature è dunque un chiaro pericolo per la biodiversità.

 

COSA NE PENSO

Trattare argomenti simili non è mai semplice, perché si finisce inevitabilmente per scontrarsi con una delle due fazioni che da sempre dibattono sulla legittimità di una pratica vecchia di millenni, e pertanto radicata nella società giapponese. La mia posizione in questo caso è del tutto relativista, perché se è vero che personalmente la trovo un’usanza raccapricciante per le modalità in cui viene svolta, è altrettanto vero che è sbagliato imporre i propri valori ad un popolo con cultura e tradizioni diversi. È naturale chiedersi se sia effettivamente necessaria questa carneficina, visto l’interesse sempre minore della popolazione nei confronti della carne di balena e considerato l’apporto prezioso che questi animali danno all’ecosistema marino. Ma, allo stesso tempo, vi siete mai interrogati sulle nostre abitudini, e di come potrebbe sentirsi un giapponese nel vedervi mangiare un coniglio, ad esempio, animale tradizionalmente domestico nel paese asiatico? Avete mai pensato, anche solo per un istante, ai metodi brutali con cui vengono macellate le carni tipiche della nostra tradizione culinaria? E ancora, sono davvero cetacei a rischio di estinzione quelli che vengono cacciati, oppure si tratta di specie non a rischio?

Per mia scelta non andrò mai a consumare carne di balena, nonostante in Giappone mi sia capitato più volte di trovarla sul menù. Ma questo non vuol dire che io condanni chi lo fa, per una questione di rispetto.

 

Carne di balena

Carne di balena in un mercato del pesce giapponese – cc: Kent Wang/Flickr.com

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